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Quando la disuguaglianza erode la democrazia

Il nuovo rapporto di Oxfam dipinge un’Italia sempre più polarizzata. Tra il 2010 e il 2025, il 91% dell’aumento della ricchezza nazionale è finito nelle mani del 5% più ricco delle famiglie italiane, mentre alla metà più povera è rimasta solo una quota marginale. Questa concentrazione mina la mobilità sociale, indebolisce i meccanismi democratici e rende strutturali le diseguaglianze territoriali e sociali.

Il caso italiano presenta caratteristiche inaccettabili: la ricchezza dei miliardari è cresciuta di 54,6 miliardi di euro in un anno e il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre otto volte la ricchezza della metà più povera. Nei prossimi dieci anni Oxfam descrive un sistema fiscale che tutela i privilegi e riduce la mobilità sociale, rafforzando una società che definisce «ereditocratica».

Anche sul fronte dei redditi e del lavoro, il quadro è allarmante: la disuguaglianza è in aumento, giovani e donne restano intrappolati nella precarietà, e il potere d’acquisto dei salari contrattuali è sceso di oltre sette punti dal 2019 al 2024. La mancanza di un salario minimo legale e di una politica industriale orientata alla qualità del lavoro peggiora il problema del lavoro povero.

La situazione purtroppo, non migliorerà nel futuro. Questo governo di destra ha scelto di tutelare chi è già avvantaggiato e di ignorare le emergenze sociali. Non ci sono riforme fiscali progressive, non c’è volontà di redistribuire la ricchezza, non ci sono strumenti efficaci per ridurre la povertà. Il risultato è un’Italia più ingiusta, più fragile e meno competitiva.

Come Partito Democratico, chiediamo un cambio di rotta urgente: misure universali contro la povertà, salario minimo legale, rafforzamento della contrattazione collettiva e una riforma fiscale davvero progressiva, con imposta sui grandi patrimoni e sulle successioni. La politica deve tornare a servire chi lavora, non chi eredita privilegi. Solo così si può ridare futuro, dignità e prospettive alla maggioranza dei cittadini italiani, troppo spesso lasciata indietro.

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La Lombardia non è più la locomotiva d’Italia

Le nuove previsioni economiche per il 2026 delineano un quadro ormai evidente: la Lombardia non è più la locomotiva d’Italia. Secondo il Primo Focus 2026 di CNA Lombardia, il PIL regionale crescerà appena dello 0,7%, un ritmo insufficiente per un territorio che storicamente ha rappresentato il motore economico del Paese.

Sul fronte degli investimenti, dopo un 2025 legato prevalentemente al completamento delle opere PNRR, nel 2026 si attende una nuova frenata: +0,7%, contro il +2,4% del 2025. Un rallentamento che riflette la fine degli incentivi europei e, soprattutto, l’assenza di una strategia industriale nazionale capace di sostenere innovazione, transizione energetica e competitività.

La dinamica dei consumi resta debole (+0,7%), compressa da un’inflazione cumulata che dal 2021 supera il +16% e da aumenti che colpiscono pesantemente famiglie e imprese: energia e casa +38,6%, alimentare +22,2%. Numeri che fotografano l’impatto di scelte politiche inefficaci sul contenimento dei prezzi e sulla tutela del potere d’acquisto. Preoccupa anche la contrazione del credito: dal 2021 i prestiti alle imprese lombarde sono diminuiti del 3,5%, con picchi drammatici per le piccole imprese (-23,8%).

Anche le recenti stime della Banca d’Italia confermano questi numeri. L'economia della Lombardia è cresciuta solo dello 0,5 per cento nella media del primo semestre del 2025. La domanda interna si è mantenuta debole e gli ordini sono aumentati soprattutto per le richieste provenienti dai mercati esteri. Senza gli investimenti collegati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e alle Olimpiadi invernali Milano Cortina, la situazione sarebbe ben peggiore.

I dati di Cna e Banca d’Italia confermano le difficoltà delle attività produttive a programmare investimenti e innovazione, in un contesto di tassi ancora alti e di assenza di politiche attive mirate. Il quadro è netto: tessuto imprenditoriale in flessione in quasi tutte le province, con l’artigianato in caduta continua. L’Export che resta stabile ma meno reattivo rispetto al passato, frenato da tensioni commerciali e dall’incertezza geopolitica. Occupazione in crescita, ma che rimane concentrata in settori a basso valore aggiunto.

Di fronte a questi segnali, il governo continua a limitarsi a slogan, senza mettere in campo né riforme strutturali né misure anticicliche capaci di sostenere le imprese, difendere i salari e rilanciare la competitività regionale.

Il Partito Democratico propone da tempo una strategia diversa: una politica industriale orientata a innovazione, green economy e digitalizzazione; un utilizzo più efficace dei fondi europei e misure per sostenere redditi, consumi e qualità del lavoro; un accesso al credito più equo che sia realmente a favore di micro e piccole imprese, che rappresentano oltre il 90% del tessuto produttivo lombardo.

Perché la Lombardia torni davvero a essere un motore di crescita, serve una visione che oggi manca completamente nelle scelte del governo.

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Legge di bilancio: un aggiornamento sullo stato dei lavori

Con il maxi-emendamento che di fatto riscrive la legge di bilancio, il governo smentisce se stesso e ammette davanti al Paese che la manovra che aveva presentato non reggeva. È esattamente ciò che tutte le opposizioni, a partire dal Partito Democratico, denunciavano fin dal primo giorno. Perchè dopo settimane di proclami, in Parlamento è arrivata una manovra misera, priva di visione e senza programmazione, che ora la maggioranza sta provando a modificare attraverso un rattoppo.

Si tratta di un intervento dell’ultima ora che riscrive un pezzo centrale della manovra e certifica, ancora una volta, il caos in cui si dibatte la maggioranza di Governo e, con essa, l’intero impianto della legge di bilancio. Ancora più grave è la scelta di fondo: per coprire questo maxi-rimaneggiamento, il Governo ha deciso di scaricare i costi sui pensionati italiani.

Invece di costruire un’operazione trasparente e strutturale sulle entrate e sugli investimenti, sceglie di irrigidisce ulteriormente l’accesso alla pensione anticipata. Non solo aumenta progressivamente la finestra di uscita, costringendo lavoratrici e lavoratori ad attendere fino a sei mesi dopo aver maturato tutti i contributi necessari, ma alza anche i requisiti legati all’aspettativa di vita, aggiungendo mesi di lavoro nel 2027 e nel 2028. In altre parole, si resta al lavoro più a lungo e si riceve la pensione più tardi. Un doppio colpo che pesa sulle spalle di chi ha lavorato una vita.

Nel testo restano ovviamente tutti i problemi aperti e irrisolti, dalle misure vessatorie contro i professionisti ai nuovi aggravi fiscali per famiglie e consumatori. L’altra novità è la sconfitta politica del Governo sul Ponte sullo Stretto, che viene definanziato, certificando l’irresponsabilità di una maggioranza che si dimostra incapace di programmare, pronta a tagliare solo quando è costretta a prendere atto del fallimento delle proprie scelte.

In sintesi: da parte della destra una gestione imbarazzante, fatta di propaganda, confusione e improvvisazione che il Partito Democratico continuerà a contrastare con proposte concrete. Noi continuiamo a proporre un’altra strada: investimenti veri su lavoro, imprese e transizione ecologica, misure per sostenere salari e pensioni, risorse per la sanità pubblica, per gli enti locali e per i territori. Tutto il contrario rispetto al caos della maggioranza che ci governa.

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Green economy

Ieri a Bruxelles il Consiglio dei Ministri UE dell’Ambiente è tornato a discutere la riforma degli obiettivi climatici per il post-2030. Le divisioni tra gli Stati membri mostrano quanto la strada verso la neutralità climatica sia ancora complessa, ma anche quanto sia urgente non rallentare.

In questi giorni a Rimini si svolgono gli Stati Generali della Green Economy e la Relazione sullo Stato della Green Economy in Italia fotografa un Paese che avanza tra luci e ombre. Le emissioni di gas serra sono calate del 28% rispetto al 1990, ma nel 2024 la riduzione è stata minima: appena il 2%. I consumi energetici sono tornati a crescere, soprattutto in edilizia e nei trasporti, e la dipendenza energetica dall’estero resta troppo alta.

Tra i problemi principali, abbiamo il parco auto più grande d’Europa – 701 auto ogni 1000 abitanti – e una mobilità elettrica che ancora arranca: nel 2024 le immatricolazioni di auto elettriche sono scese del 13%, con una quota di mercato tre volte inferiore alla media europea. E poi c’è un tema che dobbiamo avere il coraggio di mettere al centro: il consumo di suolo. Tra il 2022 e il 2023 sono stati impermeabilizzati oltre 64 km² di territorio, pari a 17 ettari al giorno.

Ogni metro quadrato di terreno perso significa meno capacità di assorbire le piogge, più rischio idrogeologico e meno spazi verdi per le nostre comunità. Difendere il suolo significa difendere la sicurezza, la salute e la qualità della vita.

Accanto a queste criticità, ci sono però segnali incoraggianti. La relazione evidenzia come la produzione di energia da fonti rinnovabili sia arrivata al 49% del totale nazionale e come l’Italia sia al vertice in Europa per economia circolare, con tassi di riciclo tra i più alti del continente.

Sono risultati che arrivano soprattutto dal basso, grazie ai Comuni italiani che hanno saputo utilizzare i fondi del PNRR per investire in mobilità sostenibile, rigenerazione urbana, gestione dei rifiuti, verde pubblico. Esperienze concrete che dimostrano come la transizione ecologica possa creare innovazione e migliorare la vita delle persone.

Con gli investimenti green del PNRR si è dimostrato che la sostenibilità non è un costo, ma un moltiplicatore di sviluppo, lavoro e competitività.

La destra non solo continua a dipingere il Green Deal come un nemico ma continua a tagliare risorse per la transizione ambientale. Una scelta miope perché il Green Deal rappresenta la più grande occasione di modernizzazione del Paese. Fermare questo processo significa bloccare investimenti, innovazione e nuovi posti di lavoro.

Il Partito Democratico chiede al Governo di non smantellare gli strumenti della transizione, ma di rilanciarli.

Il Green Deal non è un lusso per tempi migliori, ma l’unica scelta possibile per il futuro dell’Italia. Rallentare oggi significherebbe pagare domani un prezzo economico, ambientale e sociale ancora più alto.

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Economia sociale e Terzo settore

Oltre 400.000 organizzazioni tra imprese sociali, cooperative, associazioni e realtà del Terzo Settore; più di 1,5 milioni di lavoratrici e lavoratori; oltre 4,5 milioni di volontarie e volontari: sono questi i numeri dell’economia sociale in Italia. Un settore che genera capitale umano, solidarietà e partecipazione, ma anche valore economico.

Nonostante questi numeri, una parte di questo straordinario potenziale non è ancora pienamente riconosciuta, valorizzata e sostenuta dalle istituzioni, nonostante da decenni il suo ruolo sia decisivo nell’assicurare un welfare più efficiente.

Per rafforzare il ruolo dell’Economia Sociale, ho promosso la costituzione dell’Intergruppo parlamentare per l’Economia Sociale, al quale hanno aderito parlamentari e senatori di diversi schieramenti. Uno strumento pensato per garantire continuità, rappresentanza e sostegno a un modello economico che mette al centro la persona, la comunità e l’inclusione.

In una società sempre più complessa, molte prestazioni di welfare devono essere “personalizzate”: e qui emergono esperienze preziose di cooperative sociali, insieme al lavoro volontario di chi realizza concretamente i valori della solidarietà e della sussidiarietà. Ad esempio, senza l’impegno quotidiano delle associazioni, la sanità e l’assistenza non potrebbero garantire gli attuali standard, né sarebbe possibile il recupero di chi vive situazioni di fragilità o dipendenza. Ma l’economia sociale non riguarda solo il welfare. Vi sono ambiti dell’economia e della finanza in cui questo principio si traduce in esperienze di mutualità e innovazione sociale, come nel caso della finanza etica.

Fino al 12 novembre è aperta la consultazione pubblica sul Piano italiano per l’Economia Sociale, sviluppato in risposta a una Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea che invita gli Stati membri a definire strategie nazionali per sostenere e valorizzare l’economia sociale.

Valorizzare la capacità e l’esperienza di fare impresa sociale significa investire su un futuro europeo più coeso e solidale e questo è il miglior antidoto contro i populismi e gli estremismi. Per questo è importante partecipare alla Consultazione pubblica.

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