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Economia sociale

Oltre 100 miliardi di euro di valore generato, quasi 401 mila organizzazioni, 1,5 milioni di addetti e più di 4,6 milioni di volontari.

Questi numeri raccontano meglio di qualsiasi definizione cosa rappresenti oggi l’economia sociale in Italia: una componente strategica del nostro sistema economico e sociale. Per questo il Piano nazionale non può restare un documento di indirizzo. Ora è il momento di trasformarlo in strumenti legislativi, risorse e politiche concrete.

Questa settimana abbiamo riunito in Senato l’Intergruppo parlamentare per l’Economia sociale, insieme alla Sottosegretaria Lucia Albano e ai rappresentanti delle principali organizzazioni della cooperazione e del Terzo settore. L’obiettivo era quello di individuare le priorità da cui partire per dare attuazione a un Piano che non può rimanere sulla carta.

Dal confronto è emersa con chiarezza la necessità di aprire già con la prossima Legge di Bilancio una prima fase di attuazione. Dai temi dell’housing sociale alla fiscalità, dalle riserve indivisibili ai workers buyout, fino al rafforzamento degli strumenti a sostegno delle imprese dell’economia sociale, esistono interventi concreti che possono essere affrontati già nei prossimi mesi.

Allo stesso tempo, parallelamente alle misure immediate servirà anche portare avanti una prospettiva di più lungo periodo. Penso ad esempio alla costruzione di una legge quadro sull’economia sociale, capace di dare stabilità a un settore che rappresenta una componente fondamentale del nostro sistema economico e sociale.

Ho trovato particolarmente significativo il contributo portato dalle organizzazioni presenti, che hanno richiamato l’esigenza di valorizzare strumenti come l’amministrazione condivisa, di rafforzare il ruolo della cooperazione e di rimuovere alcuni ostacoli normativi che ancora oggi limitano il pieno sviluppo del settore.

Come Intergruppo parlamentare continueremo a seguire questo percorso. L’economia sociale è una leva strategica per affrontare alcune delle grandi sfide del Paese, dalla casa alle comunità energetiche, fino alla sanità territoriale e all’assistenza sociosanitaria.

Ora è arrivato il momento di passare dagli indirizzi alle scelte.

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Non è un paese per le mamme

In Lombardia oltre 8.500 madri si sono dimesse dal lavoro in un solo anno. Non è una scelta individuale: è il risultato di un sistema che continua a scaricare sulle donne il costo della cura e della conciliazione tra lavoro e famiglia.

E’ lo sconfortante quadro raccontato dal quotidiano Il Giorno che emerge dai dati sulle dimissioni e risoluzioni consensuali di lavoratrici madri e lavoratori padri relativi all’anno 2025.

I numeri raccontano una realtà che non possiamo più considerare fisiologica. Nel 2025 in Lombardia sono state 13.114 le dimissioni di lavoratrici e lavoratori con figli nei primi anni di vita. Di queste 8.542 hanno riguardato le madri. Il dato più significativo riguarda le motivazioni: il 46,4% delle madri lascia il lavoro per la difficoltà di conciliare la cura dei figli con l’attività professionale, mentre un ulteriore 32,6% indica problemi organizzativi e scarsa flessibilità aziendale. Tra i padri invece la ragione prevalente è il passaggio a un’altra azienda alla ricerca di condizioni economiche e organizzative migliori.

Questa differenza dice molto sul nostro mercato del lavoro, ma anche sui servizi ancora troppo assenti o insufficienti, a partire dai posti sugli asili nido. Per gli uomini cambiare lavoro è spesso un’opportunità. Per troppe donne, lasciarlo è ancora una necessità.

E la Lombardia continua a scontare ritardi strutturali:servizi per l’infanzia insufficienti, costi elevati, divari territoriali nell’accesso ai servizi, organizzazioni del lavoro ancora troppo rigide e una distribuzione del lavoro di cura profondamente squilibrata.

Non bastano bonus occasionali o misure frammentarie. La partecipazione femminile al mercato del lavoro è una questione di diritti, ma anche una delle principali politiche economiche e di crescita di cui il Paese ha bisogno. Ogni donna costretta a lasciare il proprio impiego rappresenta una perdita di competenze, reddito, autonomia e produttività per l’intera società.

Il Partito Democratico continua a sostenere la necessità di rafforzare strutturalmente i servizi educativi per la prima infanzia e chiede di investire sugli asili nido, ma anche di intervenire sulla distribuzione dei carichi di cura. Per questo è necessario introdurre un congedo paritario e obbligatorio, perché la genitorialità non può continuare a essere considerata, nel mercato del lavoro, una responsabilità prevalentemente femminile. E questa è una proposta su cui torneremo anche nella prossima legge di bilancio.

La destra, che sia al Governo nazionale che alla guida della Lombardia parla continuamente di natalità e famiglia, non sostiene né la natalità e né le famiglie italiane. Ma la libertà di scegliere di avere figli passa anche dalla libertà di non dover scegliere tra essere madri e continuare a lavorare. E’ su questo che si misura la credibilità delle politiche pubbliche. Una credibilità che questo governo e questa Giunta non hanno mai avuto.

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Il rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB)

E’ stato diffuso il nuovo rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) che evidenzia come il sistema fiscale italiano continui a presentare profonde criticità sul piano dell’equità e dell’efficienza. Un giudizio netto che arriva proprio mentre il Governo continua a rivendicare la propria riforma fiscale come una svolta storica.

La presidente dell’UPB Lilia Cavallari ha sottolineato un punto centrale: il sistema fiscale italiano è iniquo e le misure introdotte dal governo non stanno funzionando. Anzi, la stratificazione di regimi agevolati, bonus, detrazioni e trattamenti differenziati ha reso il sistema ancora più complesso, senza risolvere le distorsioni che penalizzano lavoratori dipendenti e pensionati. In poche parole, in quattro anni la destra al governo non si è mai occupata della questione più urgente che interessa la maggioranza dei cittadini: quella della mancanza di equità.

Particolarmente significativa è l’analisi che fa l’Upb sulla distribuzione del carico fiscale. In Italia il lavoro continua a essere tassato in misura maggiore rispetto ad altre forme di reddito, mentre numerose agevolazioni e regimi sostitutivi sottraggono quote rilevanti di redditi da capitale e lavoro autonomo all’imposizione ordinaria. Una situazione che alimenta squilibri e riduce la progressività del sistema tributario.

Il rapporto inoltre richiama inoltre la necessità di affrontare con maggiore decisione il tema della produttività e degli investimenti. La crescita economica non può essere sostenuta soltanto da misure una tantum o da interventi di natura fiscale: servono investimenti strutturali in innovazione, competenze, ricerca e infrastrutture. Il nostro Paese resta esposto a gravi rischi legati al quadro geopolitico internazionale, ai costi energetici e alla debole dinamica della crescita. Per questo il dibattito sulla riforma fiscale non può limitarsi agli annunci.

Da tempo chiediamo al governo un intervento serio. Serve una revisione organica che rimetta al centro equità, progressività e sostegno al lavoro. È una sfida che riguarda la qualità della crescita del Paese e la capacità dello Stato di ridurre le disuguaglianze invece di ampliarle.

Mentre la destra continua a raccontare una riforma che nei fatti non sta producendo i risultati promessi, emerge con forza la necessità di una politica fiscale più giusta: meno privilegi e frammentazioni, più attenzione ai redditi da lavoro, agli investimenti produttivi e alla coesione sociale. Questa è la direzione che come Partito Democratico continuiamo a indicare per costruire un sistema fiscale più equo e più efficace.

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PNRR

L’analisi di Openpolis sulle misure del PNRR dedicate alla parità di genere ci ricorda quanto il nostro Paese sia indietro e come il governo non stia utilizzando al meglio le risorse del Piano per ridurre il divario. Perché non basta annunciare l’arrivo delle risorse ma è fondamentale valutare le politiche pubbliche e soprattutto i risultati che esse producono.

I numeri continuano a dirci che l’Italia resta uno dei Paesi europei con i maggiori squilibri nell’accesso al lavoro, nelle retribuzioni, nelle opportunità di carriera e nella distribuzione dei carichi di cura.

Per fronteggiare i divari l’Italia ha a disposizione circa 98 miliardi di euro collegati a interventi che possono contribuire a ridurre il divario di genere, dalla crescita dell’occupazione femminile al potenziamento dei servizi educativi e di cura, fino al sostegno all’imprenditoria e all’inclusione sociale.

Sulla carta i bandi finanziati dal Piano avrebbero dovuto garantire una quota minima del 30% delle nuove assunzioni a donne e giovani under 36.

Peccato che nella realtà, secondo i dati Anac aggiornati ad aprile 2026, questa previsione è stata applicata solo in circa un terzo delle gare, mentre nei restanti casi non è stata inserita, spesso grazie a deroghe che hanno finito per svuotare la norma della sua efficacia.

Lo stesso vale per misure importanti come il sostegno all’imprenditoria femminile. Nonostante oltre 13 mila domande presentate e risultati incoraggianti sul numero di imprese finanziate, alla fine del 2025 risultava speso meno del 40% delle risorse disponibili. Un dato che evidenzia ancora una volta il problema dell’attuazione.

Anche sul fronte della sanità territoriale dall’analisi di Openpolis emergono criticità significative. Le Case della Comunità, fondamentali per rafforzare i servizi di prossimità e sostenere in particolare donne e famiglie, hanno subito una riduzione degli obiettivi previsti dal PNRR: dalle 1.350 strutture inizialmente programmate alle 1.038 attualmente previste, a causa di ritardi, difficoltà progettuali e aumento dei costi.

Mentre il Governo e la Presidente Meloni continuano a celebrare ogni tranche del PNRR come un proprio successo, la realtà ci dice che non basta destinare le risorse ma serve la capacità di saperle utilizzare, monitorarle e valutarne concretamente l'impatto. Ed è proprio su questo terreno che i ritardi e le difficoltà di attuazione continuano a pesare sul futuro del Paese.

Come Partito Democratico continuiamo a chiedere politiche strutturali per l’occupazione femminile, il rafforzamento dei servizi educativi e sociosanitari, la riduzione del gender pay gap e strumenti concreti per favorire la conciliazione tra vita e lavoro. La parità di genere non è un tema settoriale: è una condizione essenziale per la crescita economica, la competitività e la giustizia sociale.

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Report Banca d’Italia: Disuguaglianze in aumento

C’è un dato contenuto nell’ultimo report della Banca d’Italia che dovrebbe far riflettere chi è al governo: nel 2025 il 10% delle famiglie più ricche detiene il 60,6% della ricchezza complessiva del Paese, mentre il 50% delle famiglie meno abbienti deve dividersi appena il 7,2%.

Secondo Bankitalia le disuguaglianze sono aumentati rispetto all’anno precedente, passando da 71,5 a 72,2 punti tra il 2024 e il 2025. In altre parole, la ricchezza cresce, ma si concentra sempre di più nelle mani di pochi.

Sono numeri che raccontano una questione sociale ed economica che la destra continua a sottovalutare. Mentre il Governo difende rendite e privilegi, milioni di persone fanno i conti con salari bassi, precarietà, caro vita e difficoltà ad accedere alla casa, alle cure e alle opportunità.

Per il Partito Democratico la risposta non può essere restare immobili o indifferenti, e nemmeno tentare maldestramente - come sta facendo la maggioranza - di spostare l’attenzione su altro.

La questione economica è sociale dovrebbe essere al primo posto dei pensieri di chi si trova il governo. Servono salari più alti, una fiscalità più equa, investimenti in sanità e istruzione pubblica, politiche per il lavoro stabile e misure capaci di ridurre le disuguaglianze che frenano la crescita del Paese.

La crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi non rappresenta soltanto uno squilibrio inaccettabile sul piano della giustizia sociale. È anche un freno alla crescita economica del Paese: quando opportunità, investimenti e capacità di spesa si concentrano in una quota sempre più ristretta della popolazione, si indeboliscono le prospettive di sviluppo dell’intero sistema economico.

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