Skip to main content

Il rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB)

E’ stato diffuso il nuovo rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) che evidenzia come il sistema fiscale italiano continui a presentare profonde criticità sul piano dell’equità e dell’efficienza. Un giudizio netto che arriva proprio mentre il Governo continua a rivendicare la propria riforma fiscale come una svolta storica.

La presidente dell’UPB Lilia Cavallari ha sottolineato un punto centrale: il sistema fiscale italiano è iniquo e le misure introdotte dal governo non stanno funzionando. Anzi, la stratificazione di regimi agevolati, bonus, detrazioni e trattamenti differenziati ha reso il sistema ancora più complesso, senza risolvere le distorsioni che penalizzano lavoratori dipendenti e pensionati. In poche parole, in quattro anni la destra al governo non si è mai occupata della questione più urgente che interessa la maggioranza dei cittadini: quella della mancanza di equità.

Particolarmente significativa è l’analisi che fa l’Upb sulla distribuzione del carico fiscale. In Italia il lavoro continua a essere tassato in misura maggiore rispetto ad altre forme di reddito, mentre numerose agevolazioni e regimi sostitutivi sottraggono quote rilevanti di redditi da capitale e lavoro autonomo all’imposizione ordinaria. Una situazione che alimenta squilibri e riduce la progressività del sistema tributario.

Il rapporto inoltre richiama inoltre la necessità di affrontare con maggiore decisione il tema della produttività e degli investimenti. La crescita economica non può essere sostenuta soltanto da misure una tantum o da interventi di natura fiscale: servono investimenti strutturali in innovazione, competenze, ricerca e infrastrutture. Il nostro Paese resta esposto a gravi rischi legati al quadro geopolitico internazionale, ai costi energetici e alla debole dinamica della crescita. Per questo il dibattito sulla riforma fiscale non può limitarsi agli annunci.

Da tempo chiediamo al governo un intervento serio. Serve una revisione organica che rimetta al centro equità, progressività e sostegno al lavoro. È una sfida che riguarda la qualità della crescita del Paese e la capacità dello Stato di ridurre le disuguaglianze invece di ampliarle.

Mentre la destra continua a raccontare una riforma che nei fatti non sta producendo i risultati promessi, emerge con forza la necessità di una politica fiscale più giusta: meno privilegi e frammentazioni, più attenzione ai redditi da lavoro, agli investimenti produttivi e alla coesione sociale. Questa è la direzione che come Partito Democratico continuiamo a indicare per costruire un sistema fiscale più equo e più efficace.

  • Visite: 53

PNRR

L’analisi di Openpolis sulle misure del PNRR dedicate alla parità di genere ci ricorda quanto il nostro Paese sia indietro e come il governo non stia utilizzando al meglio le risorse del Piano per ridurre il divario. Perché non basta annunciare l’arrivo delle risorse ma è fondamentale valutare le politiche pubbliche e soprattutto i risultati che esse producono.

I numeri continuano a dirci che l’Italia resta uno dei Paesi europei con i maggiori squilibri nell’accesso al lavoro, nelle retribuzioni, nelle opportunità di carriera e nella distribuzione dei carichi di cura.

Per fronteggiare i divari l’Italia ha a disposizione circa 98 miliardi di euro collegati a interventi che possono contribuire a ridurre il divario di genere, dalla crescita dell’occupazione femminile al potenziamento dei servizi educativi e di cura, fino al sostegno all’imprenditoria e all’inclusione sociale.

Sulla carta i bandi finanziati dal Piano avrebbero dovuto garantire una quota minima del 30% delle nuove assunzioni a donne e giovani under 36.

Peccato che nella realtà, secondo i dati Anac aggiornati ad aprile 2026, questa previsione è stata applicata solo in circa un terzo delle gare, mentre nei restanti casi non è stata inserita, spesso grazie a deroghe che hanno finito per svuotare la norma della sua efficacia.

Lo stesso vale per misure importanti come il sostegno all’imprenditoria femminile. Nonostante oltre 13 mila domande presentate e risultati incoraggianti sul numero di imprese finanziate, alla fine del 2025 risultava speso meno del 40% delle risorse disponibili. Un dato che evidenzia ancora una volta il problema dell’attuazione.

Anche sul fronte della sanità territoriale dall’analisi di Openpolis emergono criticità significative. Le Case della Comunità, fondamentali per rafforzare i servizi di prossimità e sostenere in particolare donne e famiglie, hanno subito una riduzione degli obiettivi previsti dal PNRR: dalle 1.350 strutture inizialmente programmate alle 1.038 attualmente previste, a causa di ritardi, difficoltà progettuali e aumento dei costi.

Mentre il Governo e la Presidente Meloni continuano a celebrare ogni tranche del PNRR come un proprio successo, la realtà ci dice che non basta destinare le risorse ma serve la capacità di saperle utilizzare, monitorarle e valutarne concretamente l'impatto. Ed è proprio su questo terreno che i ritardi e le difficoltà di attuazione continuano a pesare sul futuro del Paese.

Come Partito Democratico continuiamo a chiedere politiche strutturali per l’occupazione femminile, il rafforzamento dei servizi educativi e sociosanitari, la riduzione del gender pay gap e strumenti concreti per favorire la conciliazione tra vita e lavoro. La parità di genere non è un tema settoriale: è una condizione essenziale per la crescita economica, la competitività e la giustizia sociale.

  • Visite: 46

Report Banca d’Italia: Disuguaglianze in aumento

C’è un dato contenuto nell’ultimo report della Banca d’Italia che dovrebbe far riflettere chi è al governo: nel 2025 il 10% delle famiglie più ricche detiene il 60,6% della ricchezza complessiva del Paese, mentre il 50% delle famiglie meno abbienti deve dividersi appena il 7,2%.

Secondo Bankitalia le disuguaglianze sono aumentati rispetto all’anno precedente, passando da 71,5 a 72,2 punti tra il 2024 e il 2025. In altre parole, la ricchezza cresce, ma si concentra sempre di più nelle mani di pochi.

Sono numeri che raccontano una questione sociale ed economica che la destra continua a sottovalutare. Mentre il Governo difende rendite e privilegi, milioni di persone fanno i conti con salari bassi, precarietà, caro vita e difficoltà ad accedere alla casa, alle cure e alle opportunità.

Per il Partito Democratico la risposta non può essere restare immobili o indifferenti, e nemmeno tentare maldestramente - come sta facendo la maggioranza - di spostare l’attenzione su altro.

La questione economica è sociale dovrebbe essere al primo posto dei pensieri di chi si trova il governo. Servono salari più alti, una fiscalità più equa, investimenti in sanità e istruzione pubblica, politiche per il lavoro stabile e misure capaci di ridurre le disuguaglianze che frenano la crescita del Paese.

La crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi non rappresenta soltanto uno squilibrio inaccettabile sul piano della giustizia sociale. È anche un freno alla crescita economica del Paese: quando opportunità, investimenti e capacità di spesa si concentrano in una quota sempre più ristretta della popolazione, si indeboliscono le prospettive di sviluppo dell’intero sistema economico.

  • Visite: 35

Italia, ultima per crescita e prima per debito pubblico

L’Italia continua ad essere il fanalino di coda dell’Europa. I numeri diffusi ieri da Bruxelles raccontano e confermano ancora una volta l’assenza di una strategia economica del governo.

Il quadro che emerge per l’Italia è sempre più preoccupante: crescita tra le più basse in Europa, inflazione che continua a comprimere i redditi reali e un numero crescente di cittadini a rischio povertà o esclusione sociale.

Per l’Ue le previsioni di crescita per i prossimi anni restano deboli (attorno a livelli ben inferiori alla media europea), mentre si stima che circa 12 milioni di italiani non riescano ad arrivare serenamente a fine mese. Un dato che dovrebbe interrogare chi governa il Paese.

Il punto non è solo congiunturale. È strutturale. Non si intravede una vera politica industriale, né una strategia capace di sostenere produttività, salari e innovazione. Si procede per interventi frammentati, senza una visione di medio-lungo periodo, mentre il Paese continua a perdere terreno rispetto ai principali partner europei.

Nel frattempo la crescita resta debole e inferiore alla media Ue, il potere d’acquisto delle famiglie è sotto pressione e la povertà assoluta e relativa non arretra.

È il segnale di un Paese che non sta affrontando i nodi fondamentali: salari bassi, scarsa produttività, investimenti insufficienti e un mercato del lavoro ancora troppo fragile. Serve un cambio di impostazione.

Il Partito Democratico insiste da tempo su alcune priorità chiare: rafforzamento dei salari e contrattazione di qualità, una politica industriale europea e nazionale orientata alla transizione e all’innovazione, investimenti pubblici e privati stabili, non intermittenti.

Senza una strategia economica credibile, il rischio è quello di restare intrappolati in una stagnazione che colpisce soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi.

  • Visite: 39

Conti pubblici

Dopo Eurostat e Istat, anche OCSE e Ufficio Parlamentare di Bilancio certificano un quadro poco rassicurante per i conti pubblici italiani.

L’OCSE individua con chiarezza i nostri nodi strutturali: crescita debole, debito elevato, invecchiamento della popolazione, sistema fiscale sbilanciato, evasione ancora troppo diffusa e ritardi nella transizione energetica.

Ma nel Documento di Economia e Finanza presentato dal Governo emerge una narrazione diversa: conti in ordine e prospettive rassicuranti. Una lettura che contrasta con le ipotesi di uno scostamento di bilancio per sostenere investimenti. E che contrasta anche con le parole del Ministero Giorgetti, rimproverato dalla Premier di essere troppo pessimista.

La verità è che la Presidente del Consiglio aveva rassicurato tutti sul fatto che saremmo usciti dalla procedura d'infrazione salvo poi scoprire che il nostro paese è destinata a sforare i parametri del Patto di Stabilità.

Il punto è che non siamo di fronte a una crisi improvvisa. Non è la congiuntura internazionale, né tantomeno la guerra in Medio Oriente, a spiegare le difficoltà italiane. Semmai gli eventi internazionali hanno aggravato una situazione che era già complicata.

Il nostro Paese registra una produzione industriale negativa da oltre tre anni: un dato che racconta un problema strutturale, non emergenziale.

Le responsabilità del governo sono evidenti: in quattro anni, non ha costruito una politica industriale credibile e non è mai intervenuto sui fattori che frenano la crescita. Arrivare oggi, praticamente a fine legislatura, a parlare di nuovi investimenti, non è solo tardivo e inefficace, ma la dimostrazione di un governo in confusione che naviga a vista.

Continuare a scaricare le responsabilità, come ha fatto Giorgia Meloni ieri, sui governi precedenti e mettere in discussione i dati ufficiali, attaccando l’Istat, non rafforza la credibilità del Paese. Al contrario, evidenzia le difficoltà politiche di una maggioranza che non è riuscita a trasformare le promesse in risultati concreti.

La prossima settimana inizieranno le audizioni del Documento di Economia e Finanza, dove potremo chiedere conto alla maggioranza delle mancate promesse e sopratutto delle scelte e degli interventi che sarà costretto ad attuare per mettere in sicurezza i conti pubblici.

Come Partito Democratico, da anni chiediamo un cambio di passo: più investimenti mirati soprattutto in sanità e istruzione, una riforma fiscale equa, politiche industriali serie e una strategia sulla transizione energetica che non resti solo sulla carta.

Mai come oggi, purtroppo, la distanza tra la realtà del Paese e la narrazione dell’esecutivo è così profonda e a pagarne il prezzo sono cittadini e imprese.

  • Visite: 92